Per molto tempo ho avuto l’impressione che la narrativa italiana contemporanea pensasse, più o meno inconsapevolmente, che a sud di Napoli ci fosse direttamente la Sicilia. In mezzo, quasi nulla, se non qualche Meridione generico e indistinto, arretrato e pittoresco. La Basilicata ha avuto il suo grande libro in Cristo si è fermato a Eboli, e a quella immagine forte è rimasta a lungo legata.
Con Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia, mi sembra di poter guardare la Lucania di nuovo come uno spazio concreto, in cui la Storia passa dal basso, attraverso famiglie, case, eredità e cambiamenti lenti.
Mariolina Venezia, nata a Matera, è scrittrice e sceneggiatrice. È diventata famosa con i romanzi dedicati a Imma Tataranni, sostituta procuratrice di Matera, con una serie di gialli in cui la Basilicata non è un fondale, ma entra nelle indagini, nella lingua e nei rapporti sociali. Mille anni che sto qui è il suo romanzo d’esordio e nel 2007 ha vinto il Premio Campiello.
Il libro, che va dall’Unità d’Italia alla fine del Novecento, è ambientato a Grottole, in Basilicata. Eppure, a me, che ho radici nel Cilento interno, quel mondo narrato da Venezia fa pensare molto ai borghi dell’Appennino salernitano: paesi appartati, legati alla terra, alle parentele, ai soprannomi, a una storia lunga che precede e attraversa l’Unità. Non sono gli stessi luoghi, ma esiste una parentela di paesaggio, memoria e lingua che rende meno netti i confini regionali. Al centro di Mille anni che sto qui c’è la famiglia Falcone: tutto comincia con don Francesco, capostipite autoritario, circondato dalla leggenda dei suoi barili d’oro nascosti e mai più ritrovati. Da lui prende forma una genealogia fatta di matrimoni combinati, amori difficili, figli illegittimi, eredità contese, lutti, partenze e ritorni. Cinque generazioni si avvicendano e cambiano, ma qualcosa resta sempre: una casa, un cognome, un rancore, una promessa mancata. Venezia costruisce una saga familiare, ma non la chiude nella sola vicenda privata. Intorno ai Falcone passano il brigantaggio, le guerre, il fascismo, l’emigrazione, le speranze politiche e le delusioni collettive. La Storia arriva a Grottole spesso da lontano, senza grandi proclami, ma modifica i rapporti di forza, le ambizioni e le paure.
Il romanzo è attraversato anche da una sottile vena di realismo magico: leggende familiari, presenze, superstizioni, eventi raccontati come se fossero insieme ordinari e impossibili. Questa componente non spinge il romanzo verso la rappresentazione di un Sud esotico o folklorico, ma mostra quanto memoria, paura e immaginazione entrino nella vita quotidiana.
La Basilicata di Venezia ha molti tratti della tradizione meridionale: il peso della famiglia, il rapporto con la terra, la forza delle consuetudini, il paese come misura del mondo. Ci sono anche le note dolenti del cambiamento: l’emigrazione, lo svuotamento, la fine di certe gerarchie, la difficoltà di immaginare un futuro diverso. Ma il romanzo non trasforma tutto questo in una catastrofe. Non c’è il compiacimento della rovina, né quel tono quasi elegiaco che spesso accompagna le narrazioni sui paesi interni.
Per me è questo l’aspetto più interessante del libro. Venezia non idealizza quel Sud e non lo piange da lontano: lo racconta mentre cambia, con le sue continuità e le sue fratture, restituendo un Mezzogiorno interno riconoscibile, attraversato dalla tradizione ma non schiacciato dalla nostalgia.
